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Capitolo 19 - Qualcuno per cui lottare

Capitolo 19

Qualcuno per cui lottare


“Dove stai andando?”
Kerielle camminava spedita, per quanto le forze glielo permettessero, lungo i corridoi del Palazzo, di nuovo diretta alle celle dove Uriordin era stato rinchiuso.
Sapeva che Dectar la stava seguendo e non glielo impedì.
Non riusciva a fare altro che mettere faticosamente un piede avanti all’altro, cercando di contrastare l’odio che sentiva di provare verso il negromante, verso la maledizione di cui era stato capace.
Erano ormai numerosi gli abitanti della fortezza che si erano destati a quell’ora della notte, rinunciando a riprendere sonno si erano affacciati dalle stanze della servitù; guardarono passare i due Eterni con tensione e un po’ di diffidenza. Non era frequente che un’Eterna trascorresse così tanto tempo a Palazzo come aveva fatto Kerielle in quei giorni, restando ben oltre il tempo necessario delle convocazioni dinnanzi al sovrano.
Non era frequente, d’altra parte, che fosse il sovrano a mancare da Palazzo per un tempo così lungo.
Mentre scendeva le scale della Torre delle guardie, nella mano destra una torcia appena presa dall’anello infisso al muro, Kerielle pensò che doveva aspettarsi una convocazione del Re da un momento all’altro.
L’aria umida dei sotterranei la schiacciò, greve e putrida. La permanenza del prigioniero si era fatta ulteriormente rigida e penosa, dopo il loro primo scontro. Tuttavia Kerielle riteneva che fosse ancora troppo poco per quello che Uriordin meritava.
Serrare le palpebre e imporsi di ritrovare la calma non servì a nulla. Il ricordo delle urla mentali di Tladis, le urla che la sua gola non aveva avuto più nemmeno l’energia di emettere, tormentavano Kerielle dall’istante in cui il Mutamento era finito. Anche lei aveva visto la trama dell’incantesimo, anche lei si era sentita risucchiare nella realtà di incubo in cui Uriordn aveva costretto la mente della ragazza; ne aveva visto gli occhi, sgranati nell’orrore.
“Kerielle!”
“Non lo ucciderò, se è questo che temi. Non abbandonerò Tladis meritandomi un processo marziale.”
“Vuoi degnarti di ascoltarmi? Non siamo stati già abbastanza impulsivi, oggi?”
Kerielle si voltò a fronteggiarlo, sfidandolo anche solo a insinuare che fosse esistita un’alternativa. “C’eri anche tu, in quella stanza. Uriordin l’aveva già sotto il suo controllo. Ferita o no, Tladis non aveva speranze di liberarsi da sola. Anche con il Mutamento, l’abbiamo salvata per un pelo.”
“Dannazione, se non mi hai voluto ascoltare prima, lo farai ora!”
Voltate le spalle all’Eterno, Kerielle era già ripartita, quando si sentì improvvisamente strattonare indietro e in un battito di ciglia ebbe le braccia di Dectar ai lati del viso, a bloccarla contro la pietra gelida.
“Ti ascolto” accettò lei, ricordando la ragazzina che era stata al risveglio dopo il Mutamento, la collera che l’aveva divorata quando aveva anche solo sospettato che ciò che le veniva detto fossero solo menzogne. "Poi tu sparirai dala mia vista."
“Il ragazzo, il gemello di Tladis non è morto.”
“Cosa?”
“Runeel è stato ucciso. La nipote che viveva con loro è stata deportata dalla gente di Jagarax.” Nel tono con cui Dectar proseguì, c’era tutta la sua frustrazione per non esser riuscito a impedirlo.
“Deportata verso la costa?”
Dectar annuì. “Runeel ha voluto che salvassi i ragazzi, ma le creature di Jagarax erano troppe, fino a che non è arrivato il mio tiahan. Ora i due maschi sono a casa sua.”
Kerielle si morse il labbro, chiedendosi se fosse possibile essere costantemente vicina alla morte – quasi una sua amante - e scoprirsi sull’orlo del baratro, ogni volta che si veniva a sapere della morte di un amico.
Runeel era morto. Una persona in meno che Tladis avrebbe potuto trovare al suo risveglio, un legame in meno che avrebbe potuto darle la forza di andare avanti.
“Hai detto che il gemello di Tladis è vivo…in quali condizioni?”
“Jagarax si è divertito immensamente con lui, se è questo che vuoi sapere; ma le sue condizioni sono meno gravi di quelle della sorella, non hanno richiesto cure estreme. Non posso dire la stessa cosa dell’altro.”
“Il riahn…”
“Se sopravvivrà, probabilmente resterà invalido, la salute è compromessa. Non lo sono la mente e il potere, per fortuna.”
“Sono coscienti?”
“No. Passerà molto tempo, prima che giunga il momento di dire loro la verità. Ma vivranno. Ricorderanno e vorranno sapere di Tladis. Quando la figlia di Aeris si riprenderà, tu sarai pronta a farne la tua allieva?”
“Sei qui per dirmi che non sono adatta ad addestrarla?”
“Conosco il tuo valore, Kerielle, ma sono preoccupato per te. Hai preso questa decisione per perdonare te stessa?”
Kerielle portò di scatto la mano sinistra al collo di Dectar. “Ti avverto…Eterno. Non ti lascerò andare avanti a sputare i tuoi soliti veleni!”
Odiò la faccia tosta con la quale Dectar continuò, senza accennare a liberarsi della sua mano, senza scomporsi. “Dovrai saper rispondere a molte sue domande. Io ho alcune risposte che ti conviene ascoltare, perché la tua futura allieva non merita bugie!”
Nel ricordo di quello che lei stessa aveva passato anni prima, di quello che era stata capace di sputare in faccia a Laurienne, Kerielle seppe che la stima e l’affetto per la guaritrice non sarebbero stati mai abbastanza.
Per questo sapeva che Dectar aveva ragione.
L’emergenza in cui si erano venute a trovare dopo una battaglia, molti anni prima, aveva costretto Laurienne a contare unicamente su se stessa: non aveva avuto altre energie a sostenerla nel Mutamento, quando era stata lei a dover salvare Kerielle. Aveva rischiato la sua stessa vita, aveva sfiorato la pazzia; tornata al Palazzo soltanto quando aveva giudicato Kerielle fuori pericolo, Laurienne aveva affrontato un processo dinnanzi all’Ordine degli Eterni e alla corporazione dei Guaritori insieme, rischiando una condanna per aver osato un incantesimo di quell’entità.
Laurienne non l’aveva lasciata sola, mai. Non le aveva mai rifiutato delle risposte, non l’aveva mai colpevolizzata per le sue reazioni colme di livore. Soprattutto, ora Kerielle lo sapeva, non le aveva mai mentito per pietà.
Lei sarebbe stata capace della stessa spietata e necessaria onestà?
Tremante, spossata, alla fine del Mutamento Kerielle aveva lasciato la mano della ragazza.
Tremante, le aveva chiesto perdono, benché sapesse che sarebbero sempre state parole vuote, pronunciate verso una ragazza che non poteva accettare queste scuse perché non poteva sapere cosa le era stato fatto, non fino a quando lo avesse cominciato a sperimentare in ogni giorno della sua vita.
Come avevano dovuto imparare a fare lei e Dectar.
Per questo sai che chiedere perdono è stato inutile, non potrà mai alleggerire la tua coscienza, per il solo fatto di averle apparentemente salvato la vita.
La sua prima responsabilità nei confronti di Tladis era accompagnarla nella convalescenza del corpo, guidarla nel viaggio senza ritorno che avrebbe dovuto intraprendere, dalla consapevolezza all’addestramento come Eterna.
Verso l’isolamento che era il contrappeso di una seconda vita ricevuta.

Continua...
Tags: capitolo 19
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