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Capitolo 16 - Perdere... ritrovare

Capitolo 16

Perdere...ritrovare


Lo sconosciuto trascinò Hiarn in un tratto di boscaglia ancora più riparato, la mano pronta a correre all'elsa della spada per proteggere lui e se stesso, lo sguardo puntato sulla massa di ombre che avevano ingoiato le creature del mago, costringendole a duelli e sottraendoli alla disponibilità del loro padrone.
Doveva riuscire ad arrivare ai carri dove erano chiusi gli altri prigionieri; questa sarebbe stata la parte più critica del piano suo e di Dectar. Una linea di azione che sarebbe stato appropriato definire più follia che piano, ma era la sola possibilità che avevano.
Dectar doveva aver capito che tentare di liberare per primo il giovane riahn non avrebbe aiutato. Il primo affondo della sua lama fu infatti per il carceriere che sorvegliava i movimenti di Dalamor e della bambina. Mentre la creatura di magia si accasciava nella neve e il suo sangue nero la macchiava in un rivolo costante, l'Eterno aveva già diretto il suo sguardo verso la gabbia. “Lontani dalle sbarre!” gridò, e mentre Runeel e la nipote indietreggiavano, pose il palmo della mano sinistra sul catenaccio.
Il meccanismo scattò; veloce come un fulmine Dectar si gettò nuovamente nella mischia, dove Jagarax – scoperto fin troppo presto quale tipo di incantesimo fosse stato gettato su quella radura e come avesse tratto in inganno le sue fidate creature - aveva dissolto già mezza dozzina dei nemici.
Il volto dello stregone pareva scolpito nella pietra, la sua immobilità ne rivelava la collera molto più di qualsiasi espressione.
Dectar comprese di avere ancora pochi attimi, per tentare il tutto per tutto. Doveva riuscire a liberare anche il riahn e aveva una sola occasione, considerando che a sorvegliare quel prigioniero erano in tre e che più nessuna creatura si sarebbe lasciata ingannare ulteriormente.
Dectar si allontanò dalla gabbia, costringendo il nuovo assalitore a seguirlo, stringendo i denti quando la sua sciabola gli ferì il braccio destro. Con fendenti ripetuti riuscì ad ottenere altri preziosi istanti, per sé e soprattutto per i prigionieri.
Con la coda dell'occhio, vide Dalamor uscire dalla gabbia e prendere da terra la prima arma a disposizione, avventandosi poi contro uno dei carcerieri che si cercava di artigliare la caviglia della bambina. Il pugnale che lanciò ferì con precisione la spalla sinistra della creatura, permettendo alla piccola di liberarsi.
“Pensate al ragazzo!” gridò a Dalamor. L'istante successivo, un cerchio di creature si strinse attorno a lui.

È in me che puoi ritrovarli, ragazza. Solo in me...
Tladis allungò la mano verso la fredda pietra della lapide che aveva di fronte. Ogni colpo inferto dal martello per incidere i nomi di Hiarn e di suo padre aveva colpito anche il suo cuore.
Non era accanto a loro, quando erano stati uccisi, quando Greys era stata venduta ad un mercante di schiavi. Non era con loro.
Si ritrasse al tocco sulla sua spalla e lo fece senza nemmeno voltarsi.
“Posso restare sola?”
Non ebbe risposta, né trovò alcun volto quando si volse indietro. Era stata di nuovo inghiottita dall'incoscienza e nelle sue nebbie vagò per giorni senza riuscire a sfuggirle se non per poche ore. Nei brevi intervalli di lucidità era appena consapevole delle persone che vegliavano al suo capezzale, delle loro cure.
Le vennero somministrati infusi dal sapore acre, fiamme di fuoco in una gola già arsa dalla febbre. Le voci sopra di lei erano sempre più tese, in particolare quelle di due donne che spesso si trovavano a discutere, i toni colmi di stanchezza e di amarezza.
In qualche modo Tladis era grata a quelle voci, ad esse si aggrappava come fossero le sole capaci di tenerla ancorata alla realtà.
Doveva uscire da quelle nebbie, doveva chiedere il perdono di Hiarn e di papà, doveva ritrovare Greys e liberarla. E quelle voci erano uno scoglio al quale aggrapparsi.
Presto, però...troppo presto Tladis si rese conto che restare al margine con la realtà diventava sempre più difficile. Ora le voci dentro di lei si fecero più potenti, più insidiose.
Loro non ti aiuterebbero a ritrovare Greys. Loro ti ingabbierebbero nella menzogna, pur di sfruttarti.
Era sempre più difficile lottare, difficile e doloroso.

“Non possiamo fare altro, Kerielle. L'incantesimo ce la sta portando via.”
Laurienne si avvicinò al letto della ragazza. Essere una guaritrice non faceva che rendere più vulnerabili di fronte a certe notizie e Laurienne era ancora sconvolta da quelle giunte con l'ultimo dispaccio.
Alla luce della scomparsa del gemello, per sperare di salvare Tladis restava davvero soltanto ciò che Kerielle non voleva accettare. Per questo non avrebbe mai voluto dover essere lei a formulare l'ultima prognosi.
Kerielle era distrutta e Laurienne non poteva darle torto. Lei per prima avrebbe voluto dimenticare quello che dieci anni prima aveva visto. Aver contribuito a salvare sì Kerielle, ma a quale prezzo?
E ora tutto doveva ripetersi, per impedire che questa ragazzina fosse consegnata alla tenebra.
Laurienne affondò il volto nelle mani, mentre il Guaritore suo Maestro entrava nella stanza.
Lo vide avvicinarsi al letto della figlia di Runeel, posare la mano rugosa sulla fonte imperlata di sudore. “Devi essere forte, piccola. Nelle prossime ore dovremo esserlo tutti.”
Dopo Aiseen, anche lei. Perché? pensava Kerielle.
Non c'era tempo per farsi altre domande. Con un sospiro gravato dalla paura, si sedette sul bordo del letto e strinse la mano gelida di Tladis.
Se una ragazza di quindici anni o poco più doveva affrontare l'inferno dopo il risveglio – perché Kerielle voleva credere che si sarebbe risvegliata – allora si sarebbe incaricata di bilanciare le energie del Guaritore, come Laurienne aveva fatto per lei.

Continua...
Tags: capitolo 16
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